Rapporto 9 – Al concerto con la Jessi.

Dove scopro la fiducia di un padre terrestre, un insolito concetto di musica, i suoi suoni e i suoi effetti indesiderati su un corpo Bonsensoriano.

Testo:

Mario: “Ah…la buona musica medicinale bonsensoriana…mi ci voleva proprio un trattamento intensivo, per rimettere in sesto le orecchie. Sì, lo so, sono passati parecchi giorni dal mio ultimo rapporto. Sicuramente su Bonsensor vi sarete chiesti il motivo del mio silenzio, e magari anche preoccupati, e vi chiedo scusa. A mia discolpa, posso dirvi che sono stato coinvolto in un evento decisamente imprevisto, con alcune conseguenze altrettanto impreviste per il mio fisico, più precisamente per il mio apparato uditivo, che solo da ieri ha ripreso le sue piene funzionalità. Prima, l’insopportabile dolore che per giorni provavo a tutte, e sottolineo tutte, le orecchie, sia esterne sia interne, mi impediva di trovare la lucidità necessaria per fare rapporto. Proverò adesso a rimediare.

Dovete sapere che dopo la grigliata domenicale del rapporto precedente, nonostante io non abbia mangiato carne, i miei rapporti con Genio e famiglia si sono fatti più stretti. Oserei dire molto stretti. Per usare un modo di dire terrestre che ho imparato recentemente, la famiglia Giorgetti mi ha preso in simpatia, forse per il mio aspetto a dir poco innocuo, quindi rassicurante, e la mia vita regolare e solitaria. Fatto sta che da quella domenica sono stato invitato più volte a cena, occasioni in cui ho potuto gustare pietanze senza carne molto interessanti, preparate da Floriana, anzi, dalla Floriana, la gentile moglie del Genio.

Ho stabilito un rapporto anche con Nathan, il loro figlio di undici anni, che mi pretende come spettatore dei suoi palleggi calcistici e delle sue imprese in un videogioco stravagante chiamato Fortnite. Nathan non mi chiama Mario ma SuperMario: non ne capisco il motivo ma confesso che la cosa mi fa piacere. Risulto poi particolarmente gradito a Jessy, pardon, alla Jessy, probabilmente per essere stato l’unico a non mangiare carne e, soprattutto, a giudicare forte la musica di Stanco, il suo cantante preferito. E a causa di Stanco comincia la mia avventura.

Una sera, rientrando a casa, vedo Genio in giardino che mi chiama.

Eugenio: “Mario, vien qui a bere un bicchiere!”

Quella del bicchiere che diventano vari bicchieri, accompagnati da cibi che si fanno via via sempre più consistenti, era già diventata una consuetudine. La novità era invece il modo in cui stavolta mi parlava Genio con il bicchiere in mano, a voce stranamente bassa.

Eugenio: “Mario, volevo chiederti un piacere grosso…ma grosso… non è che sabato puoi accompagnare te la Jessica al concerto dello Stanco? Doveva andarci la Floriana, ma adesso la suocera sta male e c’ha bisogno, io devo portare il Nathan alla partita e non sappiamo più come fare. Se la Jessy non riesce ad andarci siamo rovinati, col caratterino che c’ha…”

Il più gentile vicino di casa che uno possa immaginare mi chiedeva disperatamente aiuto, talmente disperato da far raggiungere nuovi traguardi alla sua inflessione d’italiano-ticinese acquisita in tanti anni di lavoro oltrefrontiera.

Eugenio: “È vero, ci conosciamo da poco, però io lo so che te sei una brava persona, un amico, insomma…”
Mario: “Ma la Jessy cosa dice?”
Eugenio: “A dirla tutta è stata proprio la Jessy a pensarla… gli sei simpatico, e poi dice che lo Stanco piace anche a te…”
Mario: “Ok, va bene, dai, non c’è problema.”

…ho detto, facendo comparire un enorme sorriso sulla faccia di Genio, che da quel momento non so quanti grazie! riusciva a infilare in ogni sua frase. Avevo salvato un padre, una madre, un fratello (e anche un cane) dalle possibili, tremende ire di un’adolescente. Per la cronaca: vengono chiamati adolescenti i giovani umani che attraversano una fase di sviluppo che li rende incomprensibili a chiunque non la stia attraversando. Una cosa abbastanza simile alla nostra fase Opertak, quando per dispetto rispondiamo sempre “opertak! opertak! opertak!” ai nostri genitori.

Sì, avevo salvato il resto della famiglia, ero diventato una specie d’eroe. Un vero Supermario Colombo. Così, qualche giorno dopo, la sera del fatidico sabato, la strana coppia formata dal sottoscritto Mario Colombo e dalla Jessica, con la benedizione dell’intera famiglia Giorgetti, raggiungeva con l’auto gentilmente fornita dalla stessa allo stadio di Varese, sede dell’evento imperdibile, il concerto di Stanco. La mattina stessa mi toccò dedicare almeno mezz’ora terrestre del mio tempo all’apprendimento delle operazioni necessarie per guidare il primitivo veicolo, chiamato Fiat 500 modello LaPrima by Bocelli (non ne sono sicuro al 100%, ma penso che Bocelli sia il nome di un famoso campione automobilistico la cui prima auto fu proprio una 500). Mi ci volle così tanto perché nel “manuale d’uso e istruzioni” (così si chiama), a differenza di quelli che usiamo su Bonsensor, non è per niente facile trovare la cosa più importante da sapere, ovvero come si guida la Fiat 500 modello LaPrima by Bocelli, nascosta com’è in un mare di pagine dedicate a questioni del tutto accessorie, come ad esempio le temporizzazioni luce plafoniera.

Jessica: “Ma che bravo! Sai che guidi un botto bene? Cioè, quando guida mia madre mi viene sempre da sboccare!”
Mario: “Beh, mi fa piacere! Cioè, non nel senso che mi fa piacere che quando guida tua madre ti viene da vomitare… mi fa piacere che ti piace come guido…ecco.”
Jessica: “hehehehehe… che strano che sei!”

Prima di quel momento, durante la mezz’ora terrestre di viaggio per arrivare a Varese, la Jessy non aveva fatto altro che muovere i pollici sul suo telefono a una velocità ancora più incredibile del solito, guardando lo schermo con un sorriso fisso che non le avevo mai visto. Lo stesso identico sorriso lo ritrovavo una volta arrivati all’ingresso dello stadio, sulle facce di decine e decine di ragazzine identiche a lei, vestite come lei con la pancia di fuori, eccitate esattamente come lei.

Jessica: “Cioè, ma ci pensi, Mario? Cioè, vediamo Stanco! Cioè, Stanco! Non posso ancora crederci!”

E poi siamo finalmente entrati nello stadio, mescolati in una massa odorosa di adolescenti in fibrillazione, in un mare di telefoni sollevati da un mare di braccia, per riprendere un palco che cominciava a riempirsi di fumo e luci. Uno spettacolo impressionante.

Quando dal fumo fece la sua comparsa un ragazzotto a torso nudo pieno di tatuaggi, e tra gli strilli Jessica pensò bene di ficcarmi le sue unghie nel braccio per l’emozione, cominciai a pensare di aver commesso un errore, ad esserci.

Stanco canta

Ma il dolore al braccio non era nulla, a confronto di quello ben più intenso che cominciai a provare alle orecchie, o meglio, a tutto il mio sensibile sistema uditivo bonsensoriano, che le orecchie umane nascondevano ma purtroppo non proteggevano minimamente dai suoni che riempivano il teatro.

Stanco canta

Alla prima canzone né seguì un’altra, poi un’altra, poi un’altra ancora…non so per quanto tempo…immerso in un mare di carne umana ipnotizzata, saltellante, adorante, odorante, al fianco di una Jessica diventata un concentrato di pura felicità, il mio corpo ospite si adeguava alle circostanze come da ordini preimpostati, agitandosi e ballando anch’esso, e lasciando il vero me libero di ripararsi al suo più profondo interno, e di difendersi, per quanto possibile,  evocando dalla memoria la protezione di suoni amici, prima indefiniti, poi sempre più chiari, che infine prendevano la forma di una musica a me tanto cara: quella che suonai con gli altri cuccioli al primo saggio della scuola d’infanzia.

Canzone saggio scuola d’infanzia bonsensoriana

I ricordi del viaggio di ritorno li ho recuperati solo poco fa dalla memoria secondaria: ho visto la Jessi addormentata accanto a me e il buio verde che scorre ai lati della strada. Il mio corpo ha saputo gestire l’emergenza, fino a parcheggiare l’auto a casa Giorgetti, accolto da un Genio riconoscente.

Eugenio: “Eccoli qui…allora, è stato bello, Jessi?”

Ma la Jessi era solo una bambina addormentata capace solo di andare a letto appoggiata a suo papà.

Eugenio: “Sei Stanca come Stanco? Hahahaha…andiamo a nanna, va’. Grazie Mario, eh, grazie.”
Mario: “Ma va’…è stato un piacere.”

Così, usano fare qui, quando si mente per amicizia. E io, ormai, sono amico di Genio.

Certo che sono strani, ‘sti umani italiani…”