Dove partecipo a un importante rito collettivo, socializzo intensamente, mangio, bevo come fossi terrestre, anzi, padano. E scopro chi è Stanco.
Testo:
Mario: “Che giornata, amici bonsensoriani! La grigliata domenicale nel giardino del mio vicino Eugenio Giorgetti, che d’ora in poi chiamerò anch’io Genio come fanno tutti i suoi amici, è stata molto istruttiva ma anche molto impegnativa. Già dal mattino, richiamato dai latrati di Bobo, avevo potuto osservare dalla finestra l’intensa attività del mio vicino, impegnatissimo nei preparativi dell’evento. Vederlo così indaffarato mi confermava in pieno le informazioni che avevo frettolosamente raccolto riguardo l’importanza che la grigliata riveste per l’umano maschio di queste parti. Si tratta di una vera e propria passione, capace di trasformare uomini che mai si occupano e che mai si occuperebbero della preparazione dei pasti in espertissimi sacerdoti di un rito sanguinolento dal sapore tribale. Un rito che trova il suo corrispettivo invernale nella polentata, celebrata al caldo della cosiddetta taverna, un locale sotterraneo che odora di chiuso e di muffa dedicato proprio a questo genere di occasioni e che, insieme al piccolo giardino, rappresenta una delle caratteristiche più apprezzate delle villette a schiera. Infatti anch’io posseggo una taverna, anche se non so bene cosa farmene. Nella bella stagione, chiunque abbia a disposizione uno straccio di giardino, nel fine settimana griglia. Griglia pezzi di carne di vario genere, che sfrigolando e colando grasso sulla brace della carbonella spandono nell’aria folate di fumo saporito, che raggiunge narici e cervello di altri con il suo irresistibile, ancestrale richiamo, invitandolo a unirsi alla celebrazione. I grigliatori più appassionati, come nel caso di Genio, non si accontentano delle normali apparecchiature a carbonella, e spendono cifre importanti per dotarsi di enormi fuoriserie multigriglia, a gas, spinte su rotelle al luogo prescelto per la funzione, come fossero altari portatili. Qualche adepto molto osservante, preso dall’estasi mistica, arriva perfino a frequentare corsi di grigliatura organizzati dall’azienda produttrice, come una sorta di corso di guida per l’auto sportiva appena comprata a peso d’oro.
Quando infine mi sono palesato nel giardino di Genio, lui aveva già cominciato a riempire l’immensa griglia della sua fuoriserie di pezzi di carne animale, prelevati da una terrina grande come un catino. Assistevano allo spettacolo diversi maschi molto simili a lui, tutti nella stessa posizione: bottiglia di birra in una mano e altra mano nella tasca dei pantaloni corti. Genio mi ha accolto molto calorosamente e mi ha presentato agli altri:
Eugenio: “Oéeee…eccolo qua! Lui è il Mario, il mio nuovo vicino… loro sono i miei amici, pensa…solo dall’oratorio che ci conosciamo, eh? Madonna quanto tempo! (Eugenio presenta Moreno, Giovanni, Denis e Tiziano a Mario). Là ci sono un po’ di mogli e figli vari… e invece dall’altra parte, che critica le mie ortensie, c’è il Walter, che già lo conosci…”
Lo conosco sì, il Walter Mascheroni, il vicino inquietante maniaco del giardinaggio, che vive da solo con il suo rotweiler Umberto e con le piante del suo giardino. Adesso se ne sta lì, bottiglia di birra in mano, a fissare un cespuglio di ortensie scuotendo la testa.
Walter: “Va mica bene, così, Genio! Va mia ben!”
Ho pensato che fosse un buon momento per avvicinarlo e scusarmi per non avere ancora provveduto al taglio della siepe esuberante. Mentre gli parlavo, una volta spostato lo sguardo dalle ortensie a me, ha cominciato a fissarmi con aria sospettosa, guardandomi dritto negli occhi. Poi, improvvisamente:
Walter: “Ah, ma sei te! Mica ti avevo riconosciuto!”
E mi ha allungato la mano per stringere la mia fino a strizzarmela.
Walter:”Walter Mascheroni, e te ti chiami Mario, vero?”
Mario:”Sì, Mario Colombo”
Walter: “Sei mica di queste parti, te, eh?”
Mario: “No, sono di Busto” (poi non si dica che non ho studiato per benino).
Walter: “Vabe’, dai, ta set sempar un padan! Mia un terun, par furtuna!”
E così dicendo mi ha dato una gran pacca sulla spalla e mi ha lasciato a riflettere sulla sua sentenza davanti alle ortensie.
Walter: “Genio! Va mica bene potarle in quella maniera, le ortensie!”
Dopo aver socializzato con il Walter, non mi restava che concludere il giro delle conoscenze presso il gruppo delle mogli. Per fortuna che erano così impegnate a parlare di una serie televisiva che me la sono cavata con qualche sorriso di passaggio. I figli vari erano troppo impegnati a giocare per fare caso a me. Nel frattempo, la prima carne grigliata cominciava a riempire i piatti.
Eugenio: “Mario! Costine, salamella o tutt’e due?”
Il momento della verità era ormai arrivato. Mi feci forza:
Mario: “Genio, scusa, ma io la carne è meglio che non la mangio.”
Eugenio: “Nooo…non ti piace?”
Vi giuro che la sua genuina delusione mi stringeva il cuore.
Walter: “Sarai mica un vegano, te!”
Il Walter, più che deluso, sembrava schifato. Ma ancora una volta gli studi fatti prima di partire si dimostravano fondamentali:
Mario: “Non mi piace? See…me la mangerei tutta, solo che sto facendo una cura e il dottore me l’ha proibita, orco zio!”
E quell’orco zio si rivela il miglior argomento possibile per riportare la serenità nel mio auditorio. Un tocco magistrale, modestia a parte.
Eugenio: “Ostia! Mi dispiace… però lì al tavolo c’è un sacco di altra roba: la moglie ha fatto l’insalata di riso e poi ho grigliato anche delle verdure, che la Jessy lei sì che fa la vegana…”
Jessica: ” Dai papàaa…sono vegetariana, mica vegana!”
Facevo così la conoscenza con Jessica Giorgetti, la figlia sedicenne di Genio.
Jessica: “Cioè, anche tu non mangi la carne?”
Mi chiede, senza alzare gli occhi dal cellulare, su cui scriveva a una velocità di pollici impressionante.
Mario: “Hm…no, non posso…”
Jessica:”Ma che bravo, almeno te non sei un uomo delle caverne. Le melanzane sono buonissime, le vuoi?”
Dico di sì, e mentre me ne mette un po’ nel piatto, continua a scrivere con un pollice solo. Alle orecchie porta gli auricolari a pipetta, e dagli auricolari a pipetta proviene un ritmo costante.
Mario: “Cos’è che ascolti?”, chiedo, per curiosità molto terrestre.
Jessica: “Stanco! È un fregno! Cioè, non c’è nessuno fregno come lui!”
Mario: “Stanco? Non l’ho mai sentito…”
Jessica: “Stanco è tipo il top, senti!”
E mi passa una delle due pipette. Non era la prima volta che ascoltavo della musica terrestre di quel tipo, ma era la prima volta che mi rendevo pienamente conto di quanto fosse lontana dal nostro concetto di musica, pur nella sua accezione più ampia. E mi rendevo anche conto di quanto so mentire, all’occorrenza:
Mario: “Wow…forte!”
Jessica: “Cioè, tra due settimane viene a Varese…cioè, devo assolutamente andarci! Non posso mica perdermelo!”
Detto questo, la Jessy si ricominciava a mulinellare i pollici sullo schermo del telefono, ponendo fine alla nostra conversazione. Venivo risucchiato dal gruppo dei maschi, bevevo altra birra (mi piace, la birra terrestre), ascoltavo avvincenti storie di permessi di ristrutturazione edile e di appalti comunali, annuendo come se sapessi di cosa stavano parlando e sorridendo come un terrestre che la sa lunga. Così fino al caffè, seguito dal limoncino e dall’amaro. Chi non sorrideva a me era Walter, tornato a fissarmi di tanto in tanto come fa il suo cane al di là della rete del giardino. Perlomeno Walter non mi abbaia.
Certo che sono strani, ‘sti umani padani.”
