Rapporto 6 – Italiani vs Italiano.

Dove mi perdo in un mondo di accenti, suoni e dizioni senza capirci molto. Però capisco che qui le regole sembrano fatte per essere ignorate.

Testo:

Mario: “Oggi voglio cominciare a mettere un po’ di ordine tra i miei appunti, relativi alle mie prime modeste scoperte sul campo terrestre, prima che comincino a diventare troppe, visto che ogni giorno qui c’è da imparare qualcosa di nuovo. Allora….sì, cominciamo da questo…ecco: gli umani italiani parlano italiano in un sacco di modi diversi, a seconda di dove sono nati o cresciuti. Lo so, sembra incredibile, così come sembrano incredibili tantissime cose che caratterizzano gli abitanti di questo pianeta, cose che spesso mi fanno obbligatoriamente pensare ai tempi più remoti di Bonsensor, quando i nostri lontani antenati si combattevano e si uccidevano anche solo perché credevano in dèi diversi o parlavano lingue diverse.

Grida e battaglia bonsensoriana

Già sembra incredibile che i terrestri non abbiano ancora deciso di parlare una sola lingua in tutto il pianeta, figuriamoci sentirli usare modi così tanto diversi di parlare la stessa lingua. E se ne vantano anche, di queste diversità. Mi spiego: qui in Italia, già da un bel po’ di tempo hanno deciso che l’italiano corretto da parlare è, come dicono i testi:

Speaker: “La lingua delle scuole di recitazione, degli annunciatori televisivi, dei doppiatori cinematografici, avente alla base il modello fiorentino colto, depurato di alcuni tratti idiomatici, essenzialmente due: gorgia e spirantizzazione delle affricate alveopalatali.”

Così hanno deciso. Poi ogni italiano d’ogni parte d’Italia continua a parlare come gli gira, anche se non sarebbe difficile adeguarsi alle regole. Volendo. Persino i fiorentini, che partono decisamente avvantaggiati, se ne guardano bene dal rinunciare alla loro amata gorgia e alla spirantizzazione delle affricate alveopalatali. E continuano a mangiarsi le C dure come fossero patatine, solo per dirne una. Ma il problema che pare insormontabile, per una vera omologazione della lingua parlata dai terrestri italiani, sembra essere quello delle È e delle É, seguito a ruota da quello delle Ò e delle Ó. Anche in questo caso ci sono regole chiare, ma anche in questo caso ognuno fa come gli pare. Mi rendo conto che per voi su Bonsensor non sarà facile capire di cosa sto parlando, quindi cercherò di farvi esempi pratici. E dicendo esémpi vi ho già fatto un esempio, perché avrei dovuto dire esèmpio. Non solo, avrei dovuto anche dire perché, invece di perchè. Tutto questo perché il mio trasduttore vocale, oltre che su un tono di voce da sfigato, si è giustamente autoimpostato su una dizione adeguata alla mia zona d’operazioni. Una parlata nord lombarda standard, che pur senza concessioni al bosino parlato dagli osservatesi, mi consente di integrarmi facilmente.
È per quèsto, e non per…

Speaker: “Quésto.”

…che non mi sentirete mai dire, ammesso che un giorno possa avere validi motivi per dirlo…

Speaker: “Vado nel bòsco in biciclétta fumando una sigarétta perché mi piace il vènto nei capélli.”

…bensì “vado nel bósco in biciclètta fumando una sigarètta perchè mi piace il vénto nei capèlli”, com’è normale da queste parti. E se le circostanze lo dovessero richiedere, dirò “lo zio mette lo zucchero nella zuppa”, non…

Speaker: “Lo zio mette lo zucchero nella zuppa.”

…con quella raffica di zeta sorde che prevede l’italiano corretto. Così come vi parlerò sempre di pèsca, sia che mi riferisca alla frutta che al prendere pesci. Perchè, e sottolineo perchè, qui si usa così. Si sa di sbagliare italiano, ma si tramanda lo sbaglio in tutta tranquillità, spesso anche con orgoglio, pur sapendo di sbagliare. A nord come a sud di Firenze, che poi sarebbe Firènze. Con una sola eccezione: ho scoperto che c’è una zona di questo paese dove gli abitanti sono convinti di parlare un italiano perfetto, malgrado sia evidente il contrario. È la capitale del paese, che si chiama Roma. Una città molto antica (per il metro dei terrestri), con un passato di grande potenza.

Trombe e tamburi da battaglia dell’antica Roma

C’è chi dice che è per questo passato glorioso che, malgrado le cose siano un po’ cambiate (stornellatore canta La compagnia dei magnaccioni)ai suoi abitanti piace pensare di essere ancora adesso i migliori in tutto, quindi anche nella dizione. È divertente, pensare a questa loro convinzione ascoltandoli raddoppiare a loro piacere le consonanti dove ce ne andrebbe una sola e toglierne una dove ne andrebbero due. O quando trasformano le P in B, le C n G, persino alcune S in Z, fino ad aprire le e aperte così tanto ma così tanto da scardinarle e tramutarle in una a. E siccome la televisione e la radio di stato (magari un giorno proverò a spiegarvi meglio in cosa consistono) hanno sede a Roma Capitale, l’italiano romano si diffonde da lì con una sicurezza di sé che ha del comico, un po’ come se una comunità di stonati imponesse la sua personale visione del pentagramma ai vertici di un conservatorio. Francamente dubito che su Bonsensor siate riusciti a seguire il mio discorso fin qui, me ne rendo conto, ma credetemi, la presunta perfezione dell’italiano romano è una cosa davvero esilarante, e mi dispiace davvero che non possiate riderne anche voi con una bella risata bonsensoriana.

Risata bonsensoriana

Ma sì, lasciamoci così in allegria, oggi. Al prossimo rapporto!

Certo che sono strani, ‘sti umani roma… cioè, italiani.”